Roma antica era un luogo ricco di acqua. Il mito delle fontane e degli acquedotti, della rete idrica capillare in grado di distribuire notevoli quantità d’acqua in tutta la città – si pensi solamente alle terme o ai giochi d’acqua delle ville – era vivo nel Settecento. L’acqua era un elemento portante del linguaggio del potere, spesso citato nella riorganizzazione settecentesca delle varie magistrature e nei tentativi di buon governo della risorsa. Eppure, osservandone i molteplici impieghi essa ci conduce dritto alle persone, ai singoli individui che ne facevano uso. Non posso nascondere la profonda simpatia umana, oltre che la stima professionale che provo verso le lavandaie romane dell’epoca moderna. A distanza di anni da questa ricerca accademica, condotta in occasione di un dottorato, spesso il mio pensiero torna ai racconti che le donne facevano davanti al notaio del tribunale del Senatore. Non a caso, in questo libro abbondano ampli stralci di citazioni in prima persona tratte dalle parole delle lavandaie. All’inizio sembrava impossibile ritrovare la loro voce nei documenti di archivio. L’ardua difficoltà nel compiere questo tipo di studio ha però conservato intatta la novità della ricerca: altri non si sono lanciati nello scandaglio sistematico delle fonti.
